
Olio su tela 77x83 cm. Vienna: Collezione privata.
Nell’opera di un pittore dedito, come Klimt, alla celebrazione della donna e dell’eros attraverso l’uso privilegiato di un colore altamente simbolico quale l’oro, non poteva mancare la raffigurazione del mito di Danae. Klimt affronta il soggetto in maniera assai diversa: la sua Danae non è una giovane donna consapevole e, in un certo senso, partecipe del miracoloso evento, ma una fanciulla persa nel sonno e nella dimensione onirica, totalmente dimentica di sé e in balìa dei propri istinti sessuali. Ogni aspetto narrativo è assente, tutto si concentra sull’unico eterno momento della fecondazione: all’interno del formato quadrato del dipinto, la straordinaria corrente erotica assume un andamento ellittico; nella posizione fetale e nei tratti infantili della ragazza circola una sensualità dolce e appagata, quasi un desiderio prenatale di un erotismo dimentico e inconscio. Oro ed eros, in Danae, si congiungono e si cristallizzano nelle forme di un capolavoro fuori del tempo: "L’eros diventa icona", come ha scritto Werner Hofmann. In nessun altro dipinto di Klimt la donna è così interamente identificata con la propria sessualità, una sessualità da cui l’uomo è escluso. Il principio maschile, ridotto in Danae al piccolo rettangolo nero confuso nella cascata della pioggia d’oro, apparirà con più corposa evidenza in un altro dipinto ispirato agli amori di Zeus, Leda. Ma, anche qui, la protagonista è persa in un inconscio e passivo stato di dormiveglia: e non è inutile ricordare che, all’inizio del secolo, il medico viennese Sigmund Freud aveva pubblicato "L’interpretazione dei sogni".
Cenni mitologici: Acrisio, re di Argo e di Euridice, rinchiuse la figlia Danae in una torre di bronzo essendogli stato predetto che un figlio di Danae stessa lo avrebbe ucciso. Ma Zeus, invaghitosi della fanciulla, riuscì a raggiungerla penetrando nella torre sotto forma di pioggia d’oro. Nacque Perseo che Acrisio gettò in mare in una cassa insieme alla madre. Approdarono miracolosamente nell’isola di Serifo dove furono raccolti dal pescatore Ditti e consegnati al re Polidette che li accolse benevolmente e rifiutò di consegnarli ad Acrisio, che aveva scoperto dove erano. Polidette affidò il bambino ai sacerdoti di Atena perché lo allevassero e tentò di sedurre Danae. Siccome Danae rifiutava il suo amore, la fece schiava e temendo che Perseo, ormai cresciuto, volesse vendicare la madre gli affidò una difficile impresa: uccidere la Medusa, l’unica delle tre Gorgoni che fosse mortale e che aveva il potere di mutare in pietra chiunque la guardasse direttamente. Perseo si diresse dunque verso l’Estremo Occidente: Atena ed Ermes fecero sì che si potesse procurare il necessario per riuscire nell’impresa, inoltre Atena gli donò uno specchio ed Ermes una falce. Incontrò e vinse le Graie, tre sorelle vecchie fin dalla nascita, che avevano in comune un solo occhio e un solo dente: Perseo s’impadronì dell’occhio e del dente e le costrinse, se volevano riaverli, a indicargli la via delle Ninfe. Le Ninfe gli fornirono dei calzari alati, un elmo che lo rendeva invisibile e una sacca. Gli dissero anche dove vivevano le Gorgoni, ai confini dell’Occidente. Trovò le Gorgoni addormentate e, camminando all’indietro servendosi dello specchio per non essere tramutato in pietra, tagliò la testa di Medusa senza guardarla direttamente e la rinchiuse nella sacca. Dal tronco nacquero il cavallo alato Pegaso e Crisaore, padre di Gerione. Resosi poi invisibile indossando l'elmo donatogli dalle Ninfe, cavalcò Pegaso fino in Mauritania e chiese ospitalità ad Atlante: ma il titano lo cacciò via perché un oracolo gli aveva predetto che un figlio di Zeus lo avrebbe privato dei pomi d’oro del suo giardino. Perseo irritato lo pietrificò con la testa di Medusa. Partì poi alla volta dell’Etiopia dove liberò Andromeda dal mostro e la sposò. Durante il banchetto di nozze però irruppe Fineo, zio di Andromeda, che, innamorato della fanciulla, tentò di rapirla. Perseo pietrificò anche lui. Ritornato in patria salvò la madre, Danae, pietrificando Polidette. Donata la testa di Medusa ad Atena, si mise in viaggio, con la madre e la moglie, verso la sua patria Argo. Fece una tappa a Larissa per partecipare ad alcune gare cui era stato invitato. Proprio a Larissa era da poco arrivato suo nonno Acrisio che, sempre timoroso della profezia, aveva preferito allontanarsi dal suo regno anche se credeva che suo nipote fosse morto. Durante la gara della piastrella Perseo sbagliò mira e uccise proprio Acrisio: la profezia si era avverata. Quando Perseo capì di aver ucciso il nonno non volle ereditare il suo regno, ma lo scambiò con quello del cugino Megapente, re di Tirino. Perseo vi fondò Micene le cui mura furono innalzate dai Ciclopi che Perseo aveva portato con sé dai suoi viaggi.